(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) spiega: «I nostri risultati estendono le recenti raccomandazioni dell'Us Preventive Services Task Force (Uspstf) che supportano l'uso di Asa a basso dosaggio per la prevenzione primaria della neoplasia colorettale al suo uso come agente di chemioprevenzione secondaria in pazienti con precedente neoplasia colorettale».
I ricercatori hanno analizzato una serie di farmaci e integratori alimentari e la loro eventuale capacità di prevenire il cancro del colon-retto in persone già colpite in precedenza dalla malattia.
Le sostanze analizzate sono Asa a basse e alte dosi, altri tipi di Fans, calcio, vitamina D e acido folico. I prodotti sono stati esaminati da soli o in combinazione. Gli scienziati hanno incluso nella loro analisi 15 studi per un totale di 12.234 pazienti, mettendo a confronto ben 10 tipi di diverse strategie.
Rispetto al placebo i Fans non-Asa sono risultati migliori nel prevenire una neoplasia avanzata metacrona (con riduzione del rischio del 63%), seguiti da basse dosi di Asa (riduzione del 29%), Asa più acido folico (diminuzione del 27%), Asa più calcio più vitamina D (riduzione del 29%) e Asa ad alte dosi (riduzione del 19%). I Fans non-Asa sono apparsi anche superiori nel prevenire qualsiasi neoplasia metacrona mentre l'Asa a basso e ad alto dosaggio ha evidenziato un'efficacia comparabile.
L'aspetto negativo dei Fans non-Asa è però la loro propensione a causare effetti avversi, fenomeno meno marcato con basse dosi di Asa.
«Nei pazienti ad alto rischio di neoplasia colorettale metacrona con basso rischio cardiovascolare, in particolare quelli per i quali la sorveglianza colonscopica sarebbe impegnativa, si dovrebbero considerare per la prevenzione di una neoplasia avanzata Fans non selettivi», affermano gli autori dello studio. «D'altra parte, l'Asa a basso dosaggio può essere utile per tutti i pazienti, indipendentemente dal rischio neoplastico basale, dato il suo favorevole profilo rischio-beneficio».
Sulla base di dati precedenti un gruppo di esperti americani aveva già consigliato ufficialmente l'uso dell'aspirina in senso preventivo e anti-cancro.
A farlo è la task force del Servizio di Prevenzione del Dipartimento Salute, un panel indipendente di esperti molto influente negli Stati Uniti. I benefici maggiori, secondo gli scienziati, andrebbero ai soggetti fra i 50 e i 69 anni a rischio di malattie cardiovascolari.
Stando ai dati la cardio-aspirina ridurrebbe del 33 per cento i decessi per questo tipo di cancro e la sua incidenza del 40 per cento. L'effetto preventivo, tuttavia, si esplica dopo almeno 10 anni di assunzione quotidiana del farmaco.
A sostenere l'efficacia dell'aspirina come agente preventivo antitumorale è anche uno studio dell'Università Case Western Reserve firmato dal team del dott. Sanford Markowitz.
I ricercatori americani hanno scoperto che negli individui portatori di un gene che produce un livello elevato dell'enzima 15-PDGH, l'aspirina avrebbe come effetto la riduzione del rischio di tumore del colon-retto del 50 per cento.
Secondo lo studio, tuttavia, il farmaco non avrebbe effetto sulle altre persone non portatrici di questa alterazione genetica. Gli scienziati, che hanno pubblicato il loro lavoro su Science Translational Medicine, hanno esaminato gli esami istologici di 270 pazienti affetti da carcinoma del colon.
Il gene coinvolto riesce a catalizzare le reazioni chimiche che inibiscono la produzione di prostaglandine, gli acidi responsabili della formazione della neoplasia. «Il nostro lavoro fornisce quindi un eccellente strumento di screening. Basta infatti eseguire una colonscopia con biopsia per misurare la quantità di 15-PGDH nell’intestino in modo da poter capire a quali soggetti l’aspirina effettivamente produce un reale beneficio nella prevenzione contro il cancro, evitando di somministrarla a chi non ne può giovare e si esporrebbe così solo agli effetti collaterali dovuti all’uso prolungato del farmaco, come infiammazioni gastrointestinali e ulcere», spiega il dott. Markowitz.
Tuttavia, altre ricerche avevano sottolineato l'efficacia del farmaco in maniera più generica. Uno studio dell'Università di Leiden, ad esempio, sostiene che l'aspirina aumenti la sopravvivenza in caso di cancro al colon se le cellule tumorali esprimono l'antigene Hla di classe I.
Marlies Reimers, ricercatrice presso l'ateneo olandese e coautrice dello studio apparso su Jama Internal Medicine, spiega: «Studi precedenti suggeriscono che l'uso di aspirina dopo una diagnosi di cancro colorettale può migliorare la sopravvivenza», dice l’oncologa, che rivela come il meccanismo alla base dell'effetto anti-cancro resti tuttavia sconosciuto.
La ricerca ha analizzato il tessuto neoplastico di 999 pazienti affetti da tumore al colon di terzo stadio o inferiore sottoposti a intervento chirurgico fra il 2002 e il 2008. I ricercatori hanno esaminato i campioni per verificare la presenza dell'antigene Hla di classe I e Ptgs2, vale a dire prostaglandin endoperoxide synthase 2, incrociando poi i dati sull'uso di aspirina.
«Dei 999 pazienti, 182 (18 per cento) assumevano acido acetilsalicilico e tra loro ci sono stati 69 morti (37,9 per cento). Viceversa, i decessi tra chi non ha usato aspirina sono stati 396, pari al 48,5 per cento», precisa Reimers. Il beneficio sulla sopravvivenza era evidente in quei pazienti i cui campioni di tessuto mostravano l'antigene Hla di classe I, mentre l'effetto era ininfluente negli altri casi. Commentando la ricerca, il ricercatore della Columbia University di New York Alfred Neugut afferma: «Quando si vede un paziente con una nuova diagnosi di cancro, dopo aver terminato l’impostazione terapeutica e il trattamento iniziale è quasi inevitabile che il paziente o un familiare chieda: che altro si potrebbe fare? Finora sconsigliavo l'aspirina nel tumore del colon, ma credo che ora, sulla base di questi dati, la mia risposta sarà ben diversa».
Anche una ricerca del Dana-Farber Cancer Institute di Boston aveva segnalato l'efficacia del farmaco nei confronti del cancro del colon-retto. Lo studio, firmato dallo scienziato Reiko Nishihara, è stato pubblicato sulla rivista Jama.
Per esercitare il proprio effetto preventivo, tuttavia, l'aspirina deve poter beneficiare di una precondizione fondamentale, ovvero che il gene Braf sia esente da mutazioni: «I dati suggeriscono che le cellule tumorali del colon Braf-mutate sono meno sensibili all'effetto aspirina, ma servono altre indagini per valutare le eventuali implicazioni cliniche di questi risultati», afferma infatti il dott. Nishihara. «La neoplasia colorettale è tra le principali cause di morte per cancro nel mondo, e diversi studi hanno dimostrato non solo che l'aspirina riduce il rischio di ammalarsi, ma che le cellule del colon Braf-mutanti potrebbero essere meno sensibili agli effetti antitumorali del farmaco rispetto a quelle Braf-wild-type».
Gli studiosi hanno esaminato l'associazione in un vasto campione di oltre 127 mila persone. «L'uso regolare di aspirina riduce del 27 per cento il rischio di tumore colorettale nei pazienti Braf-wild-type, ma non modifica quello dei soggetti Braf-mutati. Inoltre, l’associazione è tempo dipendente: più a lungo viene usata l’aspirina più basso diventa il rischio di ammalarsi», spiega il ricercatore. «L'identificazione di specifici sottotipi di cancro colorettale sensibili all’aspirina da un lato migliora la comprensione della patogenesi molecolare dei meccanismi neoplastici, ma dall’altro potrebbe anche portare allo sviluppo di screening o strategie chemio-preventive personalizzate».
Alcuni esperti sottolineano tuttavia la necessità di ulteriori approfondimenti, soprattutto per via del fatto che il campione della ricerca è costituito in prevalenza da soggetti di razza bianca, mentre è noto che l'incidenza del cancro al colon-retto aumenta fra le persone di colore.
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04/12/2018 Andrea Sperelli


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