(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) per gli ormoni estrogeni (ER), finora nessun fattore ha potuto spiegare il comportamento con picchi multipli per il rischio di recidiva. Questo comportamento è legato l’ipotesi della dormienza tumorale e del risveglio metastatico accelerato dalle procedure cliniche, in particolare quelle chirurgiche. Lo studio ha indagato per la prima volta se l'adiposità alla diagnosi, riflessa dall’indice di massa corporea della paziente (BMI), sia associato a specifiche dinamiche di recidiva dopo la terapia primaria del cancro.
Dalle cartelle cliniche è stato recuperato il BMI di 734 pazienti con tumore al seno con il coinvolgimento dei linfonodi ascellari già incluse in uno studio clinico randomizzato di fase III, che ha confrontato diversi regimi di chemioterapia con un follow-up mediano di più di 15 anni. È stata stimata l’incidenza cumulativa e sono stati applicati modelli di regressione flessibile per stimare le dinamiche di recidiva metastatica, per tutte le pazienti e nei sottogruppi identificati da stato recettoriale e menopausa.
Le analisi hanno rivelato che il rischio di recidive ritardate è più marcato nelle pazienti in sovrappeso e obese. L’adiposità basale delle pazienti, potrebbe influenzare l’uscita dalla dormienza di micro e nano-metastasi già presenti a livello subclinico. Le pazienti sovrappeso richiedono particolare attenzione, dimostrando una dinamica caratterizzata dall’estensione a medio termine del picco principale di recidiva.
Sulla base dei risultati ottenuti, si ipotizza che le pazienti obese e sovrappeso con tumori positivi ai recettori per gli estrogeni potrebbero avere beneficio dall'estensione della terapia ormonale standard dopo 5 anni o possibilmente dall'introduzione di nuovi trattamenti adiuvanti a lungo termine.
Lo studio è stato principalmente finanziato dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), in Italia, e dall’Associazione Amici dell’Istituto Bordet, in Belgio.
Secondo un altro studio pubblicato su Cancer Biology & Therapy da ricercatori della Temple University di Philadelphia, in caso di tumore al seno la chemioterapia avrà effetti migliori se la donna mostra un indice di massa corporea normale.
Il campione oggetto di analisi era formato da circa 100 donne con età media o inferiore ai 45 anni. Stando ai dati, le pazienti normopeso ottengono benefici terapeutici maggiorati anche del 22 per cento rispetto alle donne in sovrappeso o obese.
Intervistato da Repubblica, il prof. Michelino De Laurentiis - direttore della Divisione di Oncologia Medica Senologica della Fondazione Pascale di Napoli - commenta: «L’attività fisica è uno strumento tra i più ‘efficaci’ e con funzionalità terapeutiche nel trattamento del tumore del seno. Un nostro recente studio, portato avanti nell’ambito del progetto ‘Underforty’ coordinato dal dott. Massimiliano D’Aiuto, ha coinvolto un gruppo di donne giovani affette da tumore, tutte sotto i 45 anni e sottoposte a chemioterapia pre-operatoria, ha dimostrato che quelle ’in forma’ avevano una migliore risposta alla chemioterapia, con benefici maggiorati anche del 22% rispetto a condizioni di sovrappeso e obesità. L’indicazione per tutte le donne è dunque di praticare regolare attività fisica, aggiungendo alla classica camminata quotidiana anche un impegno ulteriore in palestra, in piscina, la corsa, il ballo o qualsiasi attività sportiva di proprio gradimento: attività che vanno praticate almeno due volte a settimana come raccomandato da tutti i maggiori organismi internazionali sia prima, quale fattore preventivo, sia durante che dopo un tumore al seno».
Lo sport aiuta infatti anche a ridurre l'impatto degli effetti collaterali della terapia, facilitando la capacità di sopportare i trattamenti, anche quelli più aggressivi.
«Una metanalisi, cioè un riesame di una serie di studi sull’argomento – continua De Laurentiis - che ha coinvolto oltre 120 mila donne ha dimostrato che la pratica fisica costante, pari ad almeno due volte a settimana, riduce il rischio di recidiva e/o di mortalità, con una efficacia paragonabile all’azione di una chemio, di una ormonoterapia o anche di una terapia con i più recenti farmaci biologici. I benefici dell’attività fisica sono significativi anche per lo stato psicologico, con una diminuzione degli episodi depressivi, ma soprattutto per la conservazione, se non il miglioramento, delle capacità cognitive. È noto infatti che alcuni trattamenti, come la chemio o la terapia ormonale, in un limitato numero di donne possono impattare sull’attenzione, memoria e capacità di eloquio. Diversi studi dimostrano che l’attività fisica svolge una azione positiva su determinate aree del cervello, sull’ippocampo in particolare, preposto a queste funzionalità cognitive, sviluppandone le potenzialità e favorendo l’incremento delle dimensioni dell’area stessa».
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09/11/2017 Andrea Piccoli


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