(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) trentanovenne rimasto cieco nel 1998. Negli anni ha continuato a partecipare a una serie di competizioni sportive, ma nel 2010 ha subito un grave incidente cadendo da una finestra al secondo piano e rimanendo così paraplegico.
Reggie Edgerton, docente di biologia presso l'ateneo californiano, ha deciso di coinvolgerlo nella sperimentazione di un nuovo tipo di approccio, una procedura non invasiva di stimolazione del midollo spinale collegata a un esoscheletro a batterie che sostiene nei passi.
“Se il robot fa tutto il lavoro il movimento è passivo e il sistema nervoso si spegne: noi invece vogliamo che il paziente abbia un controllo cerebrale attivo sul moto, anche se assistito – ha spiegato Edgerton –. Un approccio come questo potrebbe essere molto utile in pazienti con traumi gravi ma non del tutto paralizzati”.
Prima di realizzare la piccola camminata l'uomo si è sottoposto a una specie di training cognitivo utilizzando un avatar in un ambiente di realtà virtuale.
All'inizio l'uomo ha camminato sospeso a cinque centimetri da terra per muovere in libertà gli arti inferiori. Nella seconda fase dell'esperimento ha ripetuto la prova su un pavimento normale indossando un supporto che lo liberasse almeno di una parte del peso.
Dopo diverse settimane di questo allenamento, Pollock è riuscito a percorrere la breve distanza che è entrata ormai di diritto nella storia della riabilitazione.
“Anche dopo anni da un trauma che ha provocato una paralisi, il cervello può produrre onde elettriche in grado di indurre i muscoli ad attivarsi e le gambe a muoversi, recuperando un controllo intuitivo degli arti senza l'uso di alcun apparecchio invasivo. Se l'approccio si confermerà valido, si potrebbe pensare di inserire impianti cerebrali nei pazienti per raccogliere i segnali elettrici del cervello in maniera più precisa e avere un controllo ancora maggiore del movimento. I dati saranno utili anche per tutti i sistemi che si basano su esoscheletri robotici, perché mostrano quanto la capacità di controllo cerebrale sia elevata e possa perciò essere sfruttata per muovere al meglio protesi di vario tipo”, hanno spiegato gli scienziati americani.
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24/09/2015 Andrea Piccoli


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