(2° pagina) (Torna alla 1° pagina..) durante e dopo la somministrazione di un anestetico usato in chirurgia per indurre l'incoscienza.
Nel corso della fase di veglia i dati mostrano "una continua raffica di attività in evoluzione", ha spiegato Tagliazucchi. Ciò è dovuto all'elaborazione dei dati provenienti dall'ambiente esterno, una sorta di 'flusso di coscienza'. In seguito alla somministrazione del farmaco, il numero di connessioni delle reti neurali si è ridotto progressivamente, mostrando sempre meno varietà, come se il cervello rimanesse "ingolfato" e costretto a ripetere sempre gli stessi percorsi mentali.
Se ne deduce che esista un livello ottimale di connessioni e che lo stato di coscienza sia il risultato dell'esplorazione del maggior numero possibile di percorsi. Allo stesso tempo, le reti non devono essere né troppo uniformi né troppo attive, ma far parte di una sorta di "caos controllato", definito punto critico.
La ricerca di Tagliazucchi prende spunto dai lavori di Adrian Owen, che qualche anno fa stupì la comunità scientifica dimostrando che una giovane paziente in stato vegetativo rispondeva ai suoi comandi. Per arrivare a quel risultato, Owen utilizzò la risonanza magnetica funzionale per tracciare il flusso sanguigno e servirsene come parametro dell'attività cerebrale. Alla sua paziente chiese di immaginare di disputare una partita di tennis, colpendo la pallina da una parte all'altra del campo.
Tuttavia, Tagliazucchi sottolinea che in tal modo lo stato di coscienza è rilevabile solo se il paziente è in grado in qualche modo di ascoltare i comandi, cosa alquanto improbabile in presenza di un danno alla materia grigia. Ha cercato quindi un modo più universale per scovare il segno della persistenza della coscienza in un soggetto in stato vegetativo, usando farmaci anestetici come elemento di rottura della condizione di partenza.

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28/02/2019 Andrea Piccoli


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